mercoledì 25 ottobre 2017

In memoria di Massimo Amicosante.

Vi avviso subito, questa storia non ha il lieto fine. Mi scuso inoltre in anticipo per le inesattezze nel campo medico/scientifico dovute alla mia direi nulla competenza in materia. Purtroppo, la persona di cui vi parlerò è recentemente venuta a mancare in seguito ad un tragico e banale incidente casalingo, e vorrei dire quasi mi scuso di parlare di Massimo Amicosante all’interno di un Blog che si occupa di Buone Notizie. Eppure, non riesco a ricordare Massimo senza averne il ricordo di una persona serena, competente, impegnata col proprio lavoro a contribuire ai progressi della ricerca scientifica. Son certo che i frutti del suo lavoro ne porteranno tante di Buone Notizie, saranno questi frutti l’eredità che egli lascia alla collettività.





Ho conosciuto il Dottor Massimo Amicosante nel corso del mio ultimo viaggio in Mozambico, avvenuto lo scorso mese di Agosto. Sono da anni un volontario della Comunità di Sant’Egidio e quando ne ho l’opportunità mi reco in Malawi o in Mozambico per aiutare la Comunità nella realizzazione dei suoi numerosi progetti, che spaziano dalla assistenza agli anziani alla scolarizzazione dei bambini, alla lotta all’Aids culminata nel Programma Dream al lavoro con i bambini di strada.

Per farla breve, ad Agosto eravamo a Maputo circa 10 persone, alcune particolarmente impegnate nel lavoro per Dream, altre come me occupate principalmente nelle attività del Centro Nutrizionale di Matola, una struttura dove ogni giorno oltre 500 bambini del quartiere disagiato di Matola hanno la possibilità di pranzare ma soprattutto di passare alcune ore in uno spazio accogliente e protetto.
Prima di partire, avevo ricevuto una telefonata da Marta, dell’ufficio centrale di Dream, che mi chiedeva di portare con me in aereo del materiale sanitario necessario ad una sperimentazione scientifica da effettuare a Maputo. Viaggio quindi da Roma a Maputo con del materiale per me “ignoto”, accompagnato da una bolla firmata dal Dottor Massimo Amicosante, ricercatore (scusatemi la sintesi, magari era professore associato, emerito etc…) di Tor Vergata ed in particolare responsabile del progetto in questione, legato alla Tubercolosi. 



(Nella foto, il laboratorio di Biologia Molecolare di Maputo, al secondo piano del "Centro Para a Crianca". Questo il luogo dove Massimo ha passato gran parte del suo tempo a Maputo.)


La sera solitamente, dopo una giornata di lavoro, tra volontari si esce per mangiare una pizza, un hamburger, o le lulas (calamari) grelhadas, e faccio così la conoscenza di Massimo. Ho un ricordo preciso del nostro primo incontro: noi a bere una birra, comunque intenti a rilassarci, lui, se non sbaglio arrivato la mattina dopo un volo intercontinentale, al tavolo della pizzeria col computer portatile, costringendo il povero Dottor Fausto (per capirci, il suo referente di Sant’Egidio per la sperimentazione in questione) ad una “cena di lavoro”. A fine cena ricordo di essermi presentato come, consentitemi la battuta, il “pusher” che aveva trasportato alcune delle provette necessarie alla sua sperimentazione.

Quando ci si trova dall’altra parte del mondo a lavorare insieme, o comunque per la stessa causa (di giorno lavoravamo in ambiti diversi), pur non conoscendosi ci si sente in qualche modo legati, direi amici anche se il tempo passato insieme è stato forse troppo breve per considerarci tali. In pratica, nei 10 giorni circa che abbiamo passato insieme a Maputo il “Dottor Amicosante” era diventato per il resto della compagnia semplicemente Massimo, un medico competente, un gran lavoratore, una persona con la quale bere volentieri una 2M (la birra migliore di Maputo) ma allo stesso tempo io lo definirei un “divulgatore”. Ricordo in particolare una cena, nella quale io, che di medicina ne capisco quanto Gianluigi Buffon capisce di astrofisica nucleare, gli ho chiesto di spiegarmi “cosa stavano facendo”. Bene, Massimo si è messo lì e con pochi ma semplici esempi mi ha spiegato l’obiettivo della sua ricerca, volta sostanzialmente a preparare delle analisi contro la tubercolosi a prezzi irrisori.





Capite da soli l’importanza, per paesi come il Mozambico, di poter effettuare lo stesso test al costo di 3 euro e non di 30. In sintesi estrema, e credo qualche medico accuserà un malore nel leggere la mia rozzissima analisi, un costo minore delle analisi è il primo passo per contrastare la malattia in questione. Ricordo anche che, incalzato dal mio animo “giornalistico”, Massimo si era lasciato scappare che, pur essendo dati grezzi ed ancora legati all’inizio della sperimentazione, c’erano elementi molto interessanti che lasciavano ben sperare per il futuro della ricerca in questione.

Ci tengo a sottolineare una cosa. Pur avendo passato gran parte del suo tempo a Maputo chiuso in laboratorio, autoimponendosi ritmi di lavoro intensi (se non sbaglio, al lavoro anche di Domenica), Massimo non è stato affatto estraneo al resto delle nostre attività, è stato nei giorni di Maputo uno “di Sant’Egidio”. Lo ricordo aver partecipato con noi sia alla preghiera comunitaria, sia alla distribuzione della cena ai bambini di strada che la comunità realizza ogni giovedì al termine della preghiera. Lo ricordo interessato ad ascoltare i racconti provenienti dal Centro Nutrizionale, ma anche incuriosito dal lavoro che due giovani registi stavano svolgendo per realizzare un documentario sulle attività di Dream.

Quando Fausto mi ha chiamato per darmi la triste notizia non ci volevo credere. Mi piace ricordarlo con le parole di Renato, uno degli altri volontari che ha conosciuto Massimo, che mi ha consolato con queste parole: “….Si, ho saputo, una notizia terribile! La morte lo ha colpito a tradimento, spezzando la vita di un uomo che lavorava per il bene e stava facendo tante cose buone! Mi consola il ricordo del suo volto sorridente e contento per il lavoro che stava facendo”.

Ciao Massimo. 

lunedì 25 settembre 2017

Tornano le Buone Notizie!

I venti di guerra dalla Corea del Nord, gli ultimi violenti casi di cronaca (già di per sé gravi, ma quotidianamente amplificati dal sensazionalismo e dalla ricerca dei dettagli pruriginosi che tanto di moda vanno nei media italiani), la “solita” conflittualità politica. Eppure, le buone notizie ci sono, esistono, ci donano speranza ed altro non aspettano che di essere portate alle luci della ribalta.

Mi fa innanzitutto piacere che il “Corriere della Sera”, probabilmente il più prestigioso quotidiano italiano (anche se personalmente ho fortissime perplessità sulle scelte editoriali adottate dal neo proprietario Urbano Cairo) mi abbia “rubato” l’idea ed iniziato a pubblicare, ogni martedì, un inserto dedicato alle Buone Notizie. In bocca al lupo al quotidiano di Via Solferino.
Tre sono a mio parere le Buone Notizie dell’ultima settimana che meritano un approfondimento: Il Pil Europeo che cresce grazie a donne e migranti, i progressi per la stabilizzazione politica del Centrafrica, la “svolta ecologica” del gruppo petrolifero Total. Tre notizie “separate” che però mescolate insieme ci lasciano sperare in un futuro migliore.





Il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha recentemente confermato le stime di crescita europea per il 2017 (+2.2%) e per il 2019 (+1.9%). Dopo anni di recessione, l’Unione Europea sembra aver ripreso, seppur a fatica, la strada della crescita. E’ interessante notare quanto scrive Draghi, invito i vari Salvini, Meluzzi e tutti coloro che spargono odio verso i migranti a mettersi comodi ed avere pronti i sali per rianimarsi: Nell'Eurozona - si sottolinea - "durante la ripresa l'immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l'afflusso di lavoratori dai nuovi stati membri dell'Unione europea". Vi risparmio i dettagli tecnici, ma in sostanza Draghi, un esperto di finanza, non certo un disinteressato operatore delle Ong, afferma che la crescita economica dipende dal costante afflusso di migranti. Numerosi studi dimostrano che in alcuni paesi, e tra di essi anche l’Italia, la presenza degli immigranti non è “neutra”, ma necessaria per sostenere una economia in crescita. In parole povere, senza i lavoratori immigrati in Italia non avremmo, attualmente, la crescita del Pil, e questo viene certificato non da Gino Strada ma dal Presidente della Banca Centrale Europea.





Spostiamoci a Bangui, Capitale del Centrafrica, paese che da anni vive una situazione di instabilità politica e sociale. Proprio a Bangui, ricorderete, Papa Francesco diede inizio nel Novembre 2015 al Giubileo della Misericordia, contribuendo con la sua presenza pacifica all’inizio del processo di riconciliazione nazionale. Da alcuni mesi procede a pieno ritmo il processo di pacificazione del paese. Fra mille insidie sul terreno e in una situazione ancora molto difficile, si registrano i primi risultati della Road Map per la pace nella Repubblica Centrafricana lanciata con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. Dopo il disarmo, nei giorni scorsi, di un primo gruppo politico-militare nella capitale Bangui, il 21 settembre altri due dei 13 movimenti che avevano aderito al patto firmato a Roma il 19 giugno scorso hanno cominciato a deporre le armi alla presenza di rappresentanti del governo centrafricano, delle Nazioni Unite e della Comunità di Trastevere che negli ultimi anni ha favorito il processo di riconciliazione nel Paese.
Secondo Sant’Egidio, si tratta di un primo, ma significativo inizio dell’atteso disarmo del Paese, che dovrebbe vedere, nelle prossime settimane, l’adesione di altri militari e gruppi coinvolti nel conflitto civile centrafricano secondo un programma nazionale stabilito tra le parti. Seguiremo con interesse e speriamo con piacere ulteriori sviluppi sul cammino della Pace.





La terza ed ultima notizia proviene dagli ambienti industriali e potrebbe essere un importantissimo segnale di svolta a tutela della bellezza del creato. La Total, azienda petrolifera francese, una dei quattro colossi mondiali nel settore della estrazione del petrolio, ha nei giorni scorsi annunciato di essersi posta l’obiettivo di investire entro il 2035 il 25% del proprio fatturato nella produzione di energie rinnovabili. In parole povere, la Total sceglie di investire sulle energie rinnovabili. Non è mia intenzione né fare pubblicità occulta, neppure lodare in maniera sperticata i dirigenti di questo grande gruppo industriale, i quali certamente se hanno compiuto questa scelta ne avranno immaginato un tornaconto economico. Mi preme sottolineare però l’inversione di tendenza: se anche le aziende petrolifere iniziano ad investire sulle energie "pulite" vuol dire che qualcosa sta davvero cambiando. Produrre energia green inizia ad essere non solo “eticamente corretto” ma probabilmente anche conveniente a livello economico, e se questo avvenisse su scala mondiale sarebbe un enorme boccata di ossigeno (scusate il gioco di parole) per la nostra cara Madre Terra.

Un mondo in crescita, un mondo pacificato, un mondo meno inquinato. E scusate se è poco.


Mario Scelzo

domenica 2 luglio 2017

Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare

“A casa” e “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Matteo 25) sono i due titoli scelti da Gianfranco Filacchione per la sua tavola dedicata al “centro polifunzionale della solidarietà” di Via Anicia – Roma. Vorrei accompagnare i miei lettori alla scoperta di questa preziosa opera, dono dell’autore al Centro di Via Anicia.




Devo necessariamente compiere due premesse, in parte collegate. Per quanto io possa provare a dare un tono “giornalistico e neutrale” a queste righe, sono emotivamente coinvolto e, per citare l’autore della tavola, abitante della casa bella ed accogliente di Via Anicia. Seconda premessa, Filacchione è un artista a tutto tondo, musicista, pittore, nonché architetto presso la Sovrintendenza Capitolina, ma per me resta prevalentemente un "compagno di merende" del Sabato (coppia fissa, io al cancello, lui alle firme), nonchè un caro amico. Con queste premesse, proverò ad illustrare ai miei lettori la tavola e con essa, le opere misericordiose che si compiono quotidianamente nel Centro di Via Anicia.
Prima di tutto una spiegazione tecnica. La tavola, di dimensione 80x160 cm, è composta da 8 tavolette in legno multistrato e realizzata con tecnica a tempera all’uovo con inserti a rilievo di creta sintetica, per finire con decorazioni di foglie di oro ed argento con acrilici argentati.
In sintesi estrema, presso il Centro di Via Anicia le persone senza fissa dimora possono farsi una doccia, ricevere un cambio di vestiario, mettere i panni in lavatrice, ma per capire meglio il tutto vi chiedo di seguirmi nella spiegazione della tavola. 




A sorreggere la tavola, ed in qualche modo a proteggere il Centro di Via Anicia, troviamo degli angeli. L’autore vuole indicare che per quanto possa essere prezioso il lavoro dei singoli volontari, c’è una presenza “superiore” a proteggere il sereno svolgimento delle attività. Potremmo anche dire che i volontari sono degli angeli mandati in soccorso di chi soffre.
Appena sotto, un volontario (citazione autobiografica, normalmente il sabato sono io quello al cancello) apre la porta e fa entrare il “povero”, inizialmente anonimo e sconosciuto, che poi col tempo diviene un amico. Per me ad esempio è riconoscibilissima la sagoma della persona che entra, non la cito per motivi di privacy ma è un simpatico e fedelissimo frequentatore del nostro centro; insieme a lui entra però un fiume d’acqua, segno di purificazione. A destra, possiamo vedere le persone serenamente sedute sulle comode panche, a sinistra, l’autore ci porta al piano di sopra di Via Anicia, dove ha sede una residenza per malati terminali, sempre gestita dalla Comunità di Sant’Egidio.
Iniziamo ad addentrarci nelle attività del Centro. A sinistra del fiume, un angelo distribuisce delle buste, si tratta dell’aiuto alimentare garantito in diversi giorni della settimana a persone in difficoltà, oltre 700 pacchi alimentari distribuiti settimanalmente a pensionati che non arrivano a fine mese, immigrati, famiglie rom, e così via. Appena sotto, riconosciamo le docce, per dare qualche numero ogni sabato vengono a Via Anicia tra le 30 e le 40 persone, ognuno riceve biancheria pulita ed ha la possibilità di farsi una doccia rinfrescante d’estate e tonficante d’inverno. Una chicca, seduto al tavolino a raccogliere le firme delle persone che entrano, riconosciamo Gianfranco, l’autore di questa splendida tavola.




Seguiamo il fiume e continuiamo con la spiegazione. A destra del fiume, ad altezza centrale, troviamo sia le lavatrici, sia il magazzino di vestiario, dove Ketty e la sua band compiono dei veri e propri miracoli: è facile vedere una persona entrare con le scarpe rotte ed i vestiti consumati ed uscire pochi minuti dopo benvestita e con capi di abbigliamento alla moda. 
C'è una nota di fondo che accompagna tutti i sabati pomeriggio che passo a Via Anicia, che in qualche modo si intravede anche nella tavola. Di solito chi bussa alla nostra porta è triste, stanco e sconsolato dalle mille difficoltà della vita di strada, quasi sempre le persone escono rinfrancate e col sorriso sulle labbra, al termine di un pomeriggio piacevole in un contesto accogliente.
A sinistra possiamo vedere un tavolo d’ufficio. Il Centro mette a disposizione delle persone bisognose una sorta di centro di ascolto/spazio di consulenza, in pratica un momento di serenità durante il quale ogni persona può sia raccontare la propria storia, sia essere aiutata nelle mille incombenze burocratiche o nella ricerca del lavoro. Vi posso garantire che per gente messa ai margini dalla società è davvero una preziosa opportunità quella di avere un referente, un amico, col quale confidarsi e col quale provare a progettare un futuro migliore, anzi prossimamente vorrei raccontare ai miei lettori una delle tante storie di persone "rinate" grazie al lavoro di Via Anicia.
Appena sopra le lavatrici, vediamo dei volti raffiguranti le diverse razze umane. Il Centro è aperto a tutti, bianchi, neri, cinesi, giovani, anziani, l’autore con quelle facce differenti vuole in qualche modo raffigurare l’umanità intera.
Il fiume scendendo si allarga sempre di più, potremmo dire cresce l’amicizia e la familiarità coi nostri amici senza fissa dimora, la forza travolgente dell’acqua purifica dai peccati e dalle difficoltà della vita e fa rinascere ad una vita nuova, rasserenata dall’amicizia. Alla destra del fiume, uno dei momenti più belli e commoventi del Centro: il festeggiamento dei compleanni.




Quello che era il “povero anonimo”, è ormai diventato Alberto, Rosario, Claudio, Loredana, un amico col quale condividere affanni, preoccupazioni, ma anche un momento di festa come quello del compleanno. Ovviamente, il compleanno (sia dei frequentatori del centro, sia dei volontari) va festeggiato con una torta ed un regalo, e vi posso garantire che le torte di Ivana sono davvero squisite ed hanno un vero potere terapeutico!
(Altra chicca, Ivana la riconoscete, insieme a Roberta la moglie di Gianfranco, in basso a destra mentre distribuisce la merenda).
In basso a sinistra, Gianfranco ha voluto inserire Gesù che in Paradiso accoglie e abbraccia gli amici che negli anni hanno raggiunto la Casa del Padre. Maurizio, Thomas e con lui tanti altre altre storie sempre vive nei nostri cuori, persone che comunque hanno finito i loro anni circondati dall’affetto di una grande famiglia.
La tavola inizia con degli angeli e termina con il popolo riunito in preghiera. Da un paio d’anni, una volta al mese, abbiamo preso l’abitudine di pregare coi nostri amici senza fissa dimora, una preghiera bella e liberante, un momento toccante di fraternità e riconciliazione.
“Togliti i sandali, perché il luogo dove stai è terra santa”, disse Dio a Mosè di fronte al roveto ardente. Il Centro di Via Anicia è davvero un luogo santo, benedetto dall’amore del Padre Misericordioso. Da oggi grazie a Gianfranco abbiamo un segno concreto e visivo della bellezza e della santità di Via Anicia.

Mario Scelzo 

martedì 23 maggio 2017

Domenica tutti a pranzo da "Mammina".

“Domenica a pranzo vado da Mammina”, è una frase che ho spesso sentito dire da Giuseppe, Idris e da tanti dei miei amici senza fissa dimora. I lettori abituali di questo blog già sapranno che sono da anni un volontario della Comunità di Sant’Egidio, ed in particolare mi occupo di assistenza a quelli che in gergo vengono chiamati “barboni”, ma che sarebbe più corretto definire persone senza fissa dimora.





Pur avendo sempre sentito parlar bene di “mammina” (e, badate bene, i poveri non mentono mai, se parlano bene di una realtà potete metterci la mano sul fuoco), non avevo chiaro di cosa si trattasse, ed il mio incontro con questa splendida realtà è stato inizialmente del tutto casuale. Un mesetto fa ho partecipato, presso l’Istituto delle Suore Oblate della Sacra Famiglia, alla presentazione del libro "Scuola a Rotelle" scritto dal giornalista, scrittore, speaker radiofonico e, permettetemi, amico, Paolo Marcacci.
Paolo, sapendo dell’esistenza del mio blog e della mia ricerca di “Buone Notizie”, mi dice, Mario, guarda, una volta dobbiamo tornare qui, fanno una cosa bellissima, ogni domenica c’è un pranzo per i poveri, poi gli danno i vestiti, chi vuole fa la doccia, chi ha piacere può partecipare alla messa…. Ho così realizzato di trovarmi nella “sede” di “Mammina”, ed ho preso accordi per tornare in veste di “giornalista”. Seguitemi nella mia cronaca/racconto di una domenica all’insegna della solidarietà e della misericordia.
Per iniziare, dobbiamo tornare agli anni del dopoguerra, esattamente a cavallo degli anni 40 e 50, quando la nobildonna Elisa Salvadori, a seguito di una serie di vicissitudini personali, decide di donare tutti i suoi beni ai bisognosi, per poi farsi suora e fondare la congregazione delle Suore Oblate della Sacra Famiglia. 

Madre Lisa stabilisce la sede della congregazione nella zona di Bravetta, un quartiere di Roma oggi benestante ma negli anni ’50 periferico e disagiato. Fin dall’inizio le attenzioni della congregazione si concentrano su due attività principali, quella educativa e quella della assistenza ai poveri ed agli emarginati. Anche la scuola  “opera” infatti secondo le regole della solidarietà, nessuno resta escluso, se qualche famiglia non è in grado di pagare la retta scolastica a causa delle difficoltà economiche… ci penserà la Divina Provvidenza a mettere a posto i conti.





Negli anni, attorno a Madre Lisa (che i poveri iniziano a chiamare “mammina”, vista la familiarità e la dolcezza che aveva nei loro confronti), nasce, cresce e si sviluppa la “Comunità Matteo 25”, una Onlus che ha come principale carisma quello della assistenza ai poveri ed agli emarginati.
Torniamo ai giorni nostri. Ogni domenica le Suore Oblate e la Comunità Matteo 25 aprono le porte ad oltre 300 poveri, che nel corso della mattinata possono fare colazione, ricevere dei cambi di vestiario e/o dei capi di biancheria pulita, partecipare alla Santa Messa, essere visitati da un medico, ed alla fine partecipare al ricco e gustoso pranzo generosamente offerto.

A Roma, lo dico da volontario che da anni opera nel settore, nessuno muore di fame, tante sono le realtà, laiche o religiose, che offrono un pasto, e gli stessi romani che a volte possono apparire burberi e cinici, sono capaci di slanci di generosità, è facile vedere un fornaio regalare il pane della sera, idem un pasticciere o una rosticceria. Da “mammina” però (ed è lo stesso sentimento che vivo da volontario di Sant’Egidio) il pasto è accompagnato da una parola amica, da un clima cordiale, dallo spirito di condivisione che vede alcuni “poveri” diventare volontari a loro volta servendo ai tavoli.
Nelle 4-5 ore che i “poveri” passano da “Mammina”, questi sono liberi dai cattivi pensieri e dal “disprezzo sociale” che spesso li circonda. Roma è salita, purtroppo, alla ribalta delle cronache per le vicende di Mafia Capitale, le indagini hanno messo in luce un sistema politico/imprenditoriale che lucrava sulla povertà e sulle emergenze, e troppe volte i poveri sono “messi ai margini” e “nascosti” dalla società. Al contrario da Mammina, al Centro di Via Anicia della Comunità di Sant’Egidio ed in altre realtà del genere, le persone senza fissa dimora sono messe “al centro”, e con la loro presenza gioiosa illuminano la città.





Madre Lisa ormai da 30 anni guarda dal Cielo la splendida realtà che ha creato, oggi a gestire il tutto ci pensa Madre Giulia, che seppur rapidamente ho avuto il piacere di conoscere e vedere “all’opera”. Mi ha colpito il suo fare deciso, per certi versi autoritario, ma allo stesso tempo dolce e materno. Attorno a noi c’erano 300 persone, e lei sembrava conoscere di ognuno di loro non solo il nome, ma anche la storia di difficoltà e disagio. Contemporaneamente, mentre mi mostrava e spiegava le differenti attività (dalle docce al guardaroba, dalle cucine al medico), notavo che “controllava” il lavoro dei numerosi volontari intenti a rendere ogni domenica un giorno di festa per chi vive per strada.
Lunga vita allora alle attività di “Mammina” e della “Comunità Matteo 25”, è per me un piacere poter raccontare e dare visibilità a così splendenti opere della Misericordia di Dio.

Mario Scelzo


Per chi volesse saperne di più....

http://www.madreelisa.org/

Comunità Matteo 25


giovedì 20 aprile 2017

AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA

Aggiungi un posto a tavola
che c'è un amico in più
se sposti un po' la seggiola
stai comodo anche tu,
gli amici a questo servono
a stare in compagnia,
sorridi al nuovo ospite
non farlo andare via
dividi il companatico
raddoppia l'allegria.





I miei lettori, specie quelli non di primissimo pelo, ricorderanno il testo scritto nel 1973 per l'omonima commedia musicale di Garinei e Giovannini. Parole semplici, emblematiche di una epoca probabilmente più accogliente e con meno tensioni sociali, un tempo nel quale ancora non era radicata nella società la “paura del diverso e dello straniero”. Potremmo dire che in queste strofe si percepisce l’eco di una Italia contadina che inizia a conoscere il benessere, ma, memore dei tempi duri della Guerra, non si fa problemi a “dividere il companatico” col nuovo ospite. L’Italia delle Parrocchie, ma anche delle Sezioni di Partito, comunque la si pensi luoghi di convivialità e socializzazione.

Nella nostra epoca moderna si parla sempre più spesso di muri, di recinzioni, sempre più persone vivono nel mondo vivono in compound blindati, chiusi al mondo esterno. Proprio per questo, spicca ancor di più come una Buona Notizia il Pranzo organizzato per la Pasquetta dalla Comunità di Sant’Egidio e dal Circolo Cra Acea di Roma.
Oltre 300 gli amici della strada che hanno partecipato all'ormai tradizionale pranzo di Pasquetta: un ricco antipasto, lasagna e arrosto misto con patate al forno hanno allietato il pasto in un clima familiare e di grande amicizia e solidarietà. Tre enormi uova di pasqua offerte dall'Arma dei Carabinieri, dal Rotary e dal Cra ACEA hanno assicurato la gioia dei partecipanti, in particolare quella dei bambini. Canti e balli finali hanno rallegrato la festa che ha avuto come protagonisti gli "amici di strada" e parecchie persone che si sono presentate anche il giorno stesso per dare una mano.






Ero presente come volontario, e “purtroppo” son stato costretto a sedermi a tavola, e mangiare antipasto, primo, secondo, contorno e dolce. Una nota “tecnica”, ma non troppo. C’è chi organizza un pranzo PER i poveri, e quindi gli serve un pasto anche abbondante, scelta legittima, magari ce ne fossero, un piatto di pasta per chi vive nel bisogno è sempre benvenuto. A noi di Sant’Egidio però piace mangiare CON i poveri: il pranzo è un momento intimo di convivialità, di scambio, di dialogo, a tavola si parla dei propri problemi ma allo stesso tempo ci si distrae, la mente si libera per un paio d’ore delle difficoltà della vita di strada. Proprio per questo, in ogni nostra tavolata, qualcuno dei volontari siede accanto ai “poveri”, che sono poi Antonio, Michele che ha perso il lavoro, Tony che si sta riprendendo da un periodo buio, insomma i “poveri” sono persone in carne ed ossa, con una vita, una storia, una umanità, e molto spesso sono persone che hanno con i volontari una consolidata amicizia.

Son proprio i nostri amici a dirci che sì, ci ringraziano per il pranzo, che hanno mangiato bene, ma soprattutto son stati felici di passare due-tre ore “spensierate”, allegre, son felici di trovare uno “spazio amico” in una città che spesso li mette alla porta. E davvero il Circolo Acea ha messo loro a disposizione non solo “il pasto”, ma anche un ampio salone arieggiato, la musica, il karaoke, Sant’Egidio ci ha aggiunto il tocco magico della amicizia ed il risultato finale è stato ottimo!





In tanti mi dite, a me, o agli altri volontari, frasi del tipo …siete degli eroi… non vi riposate neppure durante le feste … vi sacrificate per loro …
Personalmente, ma credo di interpretare il pensiero di quasi tutti i volontari, non faccio nessun sacrificio, anzi esco da queste giornate riposato nell’anima e nel cuore. Sono momenti in cui incontro amici, in cui non penso alle beghe lavorative (e vi posso garantire che, stranamente, c’è molta più tensione nell’ambiente televisivo che in tanti luoghi di vero dolore), sono momenti lieti che aspetto con gioia. Sono davvero contento di “sacrificarmi” ballando con Rosa, Stefania, cantando con Marco, guardando l’espressione di Karel passare dalla rabbia al sorriso.

Aggiungiamo tutti un posto a tavola, facciamo spazio nel nostro cuore alla solidarietà che riempie di gioia la vita e riscalda il cuore.


Mario Scelzo

lunedì 10 aprile 2017

Scuola a Rotelle, la disabilità spiegata ai ragazzi

Metti una di quelle splendide mattinate primaverili che ti fanno amare Roma nonostante il traffico, i rifiuti, le buche etc... Metti un gruppo di studenti delle scuole medie, attenti ed educati, contenti di partecipare ad un evento fuori dalla routine. Mettici degli insegnanti che svolgono la loro professione con passione e competenza. Metti la brillantezza, la vitalità e lo charme della Onorevole Ileana Argentin, capace di tenere viva l’attenzione dei ragazzi per oltre un’ora, mettici come location l’Istituto delle Suore Oblate della Sacra Famiglia (una bella realtà scolastica ma anche di volontariato “concreto” ed operoso, ma di questo ve ne parlerò in una successiva occasione), mischia il tutto ed ottieni l’appassionante presentazione del libro “Scuola a Rotelle”, scritto da Ileana Argentin insieme al giornalista e scrittore, nonché brillante speaker dell’etere romano, Paolo Marcacci.




Andiamo con ordine. Lo scorso Venerdì 7 Aprile, su invito dell'amico Paolo Marcacci ,ho preso parte alla presentazione del libro di cui sopra. Lo ammetto, sono arrivato un po’ in ritardo, ed ho trovato – e già questa è una rarità! – un centinaio di studenti, dalla 5° elementare al ciclo della scuola media, attenti e composti ad ascoltare l’onorevole Ileana Argentin.
In particolare la presentazione verteva sui temi del libro, ovvero la vita da “carrozzata” all’interno del gruppo classe, i rapporti con professori e compagni. Di questo non vi parlo, vi invito appunto a leggere il libro di Marcacci/Argentin, che potete trovare nelle principali librerie oppure seguendo questo link, mi limito a sottolineare, parole della Argentin, l’importanza del “gruppo classe” come contrasto alle difficoltà derivanti dalla vita in carrozzina.

Il tema della disabilità è complesso, parlandone si può cadere nel “pietismo” o nel “tecnicismo”. L’elemento che ha caratterizzato in positivo la mattina è stata a mio parere l’approccio umano e diretto della Argentin, che si è presentata agli studenti per quello che è, ovvero una persona con evidenti capacità motorie, ma allo stesso tempo come una donna che ha i sogni, le passioni, le speranze e le difficoltà di tutte le donne del mondo. Soprattutto, la Argentin si è presentata come una donna felice, serena, appassionata della propria vita e del proprio lavoro. L’Onorevole ha parlato ai ragazzi del suo impegno politico, ma anche del suo tifo appassionato per la Roma e della sua infatuazione per Richard Gere, ha raccontato la sua vita da studentessa “carrozzata”, ma ha anche parlato del desiderio di mangiarsi un buon gelato, senza ingrassare però che lei ci tiene alla linea!




Mi permetto di dire che durante quelle due ore piacevoli all’aperto la “Disabile Onorevole Argentin” è diventata per gli studenti semplicemente Ileana, ovvero una persona saggia ma amica, una adulta che ha tanto da dire e trasmettere ai più giovani. Questo è risultato evidente dalle tante domande che i ragazzi hanno rivolto, al termine dell’incontro, ad Ileana appunto. Chi le ha chiesto un consiglio per la scelta del liceo, chi ha rivolto domande più frivole, chi le ha chiesto “tecnicamente” come si alza dal letto la mattina, e così via.




La disabilità si contrasta con le leggi, con studi e convegni, con la ricerca scientifica. Verissimo. Ma giornate del genere contribuiscono davvero ad “abbattere le barriere” umane e sociali tra chi è “normale” e chi è “diverso”. A conclusione dell’incontro, Ileana ha proposto ai ragazzi una “gita” per le strade di Roma, travestiti da vigili, per multare le automobili in sosta nei posti per disabili. Mi auguro questa gita si faccia al più presto, noi di Buone Notizie saremo presenti per raccontarlo.


Mario Scelzo

martedì 28 marzo 2017

Badheea, dalla Siria in Italia con il Corridoio Umanitario

Migranti, richiedenti asilo, persone che scappano dalla guerra, profughi… quante volte abbiamo sentito usare questi termini, magari anche in maniera appropriata. Il libro di cui vi parlerò oggi, Badheea, ha un enorme merito, quello di dare al “migrante anonimo” un nome, un volto, una storia, aiutandoci a capire cosa spinge non “il profugo” ma Ahmed, Florian, Sergej, a scappare dalla guerra per cercare la fortuna in un nuovo mondo. Inoltre, mi sento di poter dire che le pagine di questo libro danno voce e sostanza all’Italia migliore, quella del volontariato (in collaborazione con la buona politica, che, sì, nascosta ma esiste), ovvero una realtà che non urla e non resta indifferente al dolore altrui ma al contrario, ogni giorno mette anima, cuore e cervello al servizio della collettività e del bene comune.




Andiamo con ordine. Ho il piacere di recensire per i miei lettori il libro “Badheea, dalla Siria in Italia con il Corridoio Umanitario”, scritto da Mattia Civico per la Casa Editrice “Il Margine”. Non mi dilungo sui Corridoi Umanitari, più volte ne ho parlato su queste pagine, in estrema sintesi si tratta di visti umanitari che consentono a persone vulnerabili provenienti da paesi in guerra di poter raggiungere l’Italia in aereo, grazie ad un visto umanitario, evitando i drammatici viaggi della speranza che troppe morti hanno causato.

Il libro racconta appunto la storia di Badheea (e della sua grande famiglia), una donna siriana facente parte del primo nucleo di persone arrivate in Italia con i Corridoi Umanitari, esattamente il 29 Febbraio del 2016. L’autore non è un semplice “intervistatore” ma un volontario della “Operazione Colomba”, il corpo nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII, che ha avuto modo di conoscere ed incontrare Badheea durante una sua missione in un campo profughi del Libano. Oggi Mattia Civico è consigliere della provincia autonoma di Trento, ma impegni permettendo resta un attivo volontario della associazione nonché ormai un fedelissimo amico di Badheea e della sua famiglia. 

Tante cose si potrebbero dire, una la ritengo fondamentale: ripercorrendo la vita di Badheea, Mattia Civico aiuta noi “distratti occidentali” a comprendere le motivazioni che spingono, anzi direi costringono, milioni di persone a lasciare la propria casa, la propria terra, le proprie abitudini per cercare di ricominciare una vita nuova. Ed allora, ripercorro brevemente per i miei lettori alcuni passi di questa storia.
“Sono Badheea e vengo da Homs. Oggi sono in Italia e sono al sicuro. Ogni giorno chiudo gli occhi e penso al giorno in cui potrò tornare in Siria”. Ogni guerra, oltre che mietere vittime innocenti, ha il “potere maligno” di sradicare le persone dal proprio vissuto quotidiano. Capiamo subito che Badheea e la sua famiglia, pur se oggi felici in Italia, rimpiange la vita vissuta nella propria terra di origine.




Nella Siria di Assad, quella di Badheea è una storia come tante, una vicenda che potrebbe ricordare le realtà contadine del Sud Italia nel dopoguerra. Proveniente da una famiglia contadina ma benestante, a 13 anni la nostra protagonista si sposa con un cugino alla lontana. Una vita serena, 9 figli, i primi nipoti, una grande famiglia allargata che vive le gioie e dolori comuni alla Siria negli ultimi 20-30 anni, ovvero un paese non certo ricchissimo, ma relativamente stabile, con un tasso medio di cultura superiore alla media della zona, un paese ricco di storia. A 42 anni Badheea resta vedova, ma soprattutto, poco dopo, nel 2011, cominciano le prime avvisaglie della guerra civile siriana. L’autore è bravo a renderci partecipe, grazie alle spiegazioni di Badheea, dell’intreccio perverso tra ragioni dei “rivoluzionari”, ragioni di Assad, infiltrazioni esterne, poi il Daesh, insomma quello della Siria diviene in breve tempo un conflitto feroce ma allo stesso tempo di difficilissima lettura, dove diventa quasi impossibile poter progettare il proprio futuro.  Badheea, ormai capofamiglia, matrona capace di coniugare la sua femminilità ed il suo senso materno con uno spiccato senso pratico, decide ed organizza per tutto il suo “clan” la fuga dalla Siria e l’approdo in Libano.

“Non c’è spazio per neppure un altro straniero in Italia”, ci ha abituato ad ascoltare Salvini. Bene, il Libano è un paese di circa 4 milioni di abitanti che ospita quasi 2 milioni di profughi, come se in Italia avessimo 30 milioni di profughi. Ovviamente, la vita nelle tendopoli libanesi non è affatto semplice, la famiglia di Badheea inizia a pensare e ad informarsi rispetto ai “viaggi della speranza”.
Nel campo profughi libanese di Tel Abbas avviene l’incontro che le cambia la vita, di ovvero quello con i membri della “Operazione Colomba” e con i volontari della Comunità di Sant’Egidio, che individuano nella famiglia di Badheea il nucleo di “persone vulnerabili” con le quali sperimentare il progetto dei Corridoi Umanitari.




Tel Abbas, Beirut, Fiumicino, ed in seguito, per i 30 componenti della famiglia allargata di Badheea, l’accoglienza e l’inizio di una nuova vita nei dintorni di Trento, (vi invito a leggere questo articolo che ne racconta gli sviluppi) protetta e sostenuta dai volontari (anche se ormai sarebbe meglio chiamarli amici) delle associazioni organizzatrici del Progetto.

Ad oggi attraverso i Corridoi Umanitari sono arrivate in Italia 700 persone, 300 sono prossime a farlo, 500 ne arriveranno grazie ad un accordo con la Cei, da poco si è firmato un Protocollo d’Intesa col Governo Francese. Sono già nati alcuni bambini “italiani”, qualcuno dei siriani ha trovato lavoro o si è iscritto all’università, per mille e più “Badheea” è iniziata una nuova vita, una nuova storia, un nuovo percorso. Salerno, La Maddalena, Bari, Trento, Brescello, Torino, e tanti altri luoghi fanno da sfondo sereno ai nuovi percorsi di vita di famiglie protette dalla guerra e sostenute dall’affetto di tanti volontari. Qualcuna di queste storie l’ho raccontata sul mio Blog e vi invito a leggerle.

Chissà Matteo, nel tuo prossimo libro, sarebbe bello poter leggere le storie di “accoglienza protetta ed integrata” generate dai Corridoi Umanitari….

Mario Scelzo


Ps. potete trovare "Badheea" in alcune librerie di Roma, come la Minimum Fax di Piazza Santa Maria in Trastevere, oppure online attraverso questo link.